venerdì 7 luglio 2017

Diagnosis

Si annusano delle mancanze di fondo in Diagnoz (2009), questioni che in modo ben poco professionale non mi va nemmeno di sviscerare, in estrema sintesi si tratta di una serie di difetti rintracciabili in molte produzioni di esordienti o simil tali quale Myroslav Slaboshpytskiy era al tempo della sua partecipazione a Berlino ’09. In rapporto all’appena successivo Deafness (2010), ma anche a Nuclear Waste (2012) e al debutto nel lungometraggio The tribe (2014), Diagnosis, al netto di comprensibili imperfezioni, si pone come adeguato predecessore dell’impianto drammatico che il regista ucraino sta tuttora perseguendo. Va ricordato però che in questo cortometraggio il ricorrere ad una normale dialogicità esercita l’allineamento ad un cinema che, detto proprio in modo risoluto, non sconvolge, reazione opposta di quanto Slaboshpytskiy aveva in mente. Si profila un esempio di come la letteralità insita nella prassi filmica qui sottoforma conversativa accresca la mole di informazioni che lo spettatore deve ricevere ed elaborare senza che questo si trasformi in un risultato completamente positivo. Ritorna sempre, dunque, il discorso per cui il sapere troppo, indottrinato dalla sceneggiatura, significa ridurre il livello emotivo/celebrale di chi assiste. Credo che un esempio solare possa essere supportato dalla tesi per cui Deafness, corto se vogliamo più asciutto ed essenziale, sappia tendere una sottile corda tensiogena proprio perché vi è l’espulsione di ogni forma comunicativa verbale: non sapendo i perché (cosa hanno fatto quei ragazzini?) gli esiti (il pestaggio) sono molto più investenti.

Ritornando a Diagnoz mi preme evidenziare ancora la prospettiva che diverge dal lavoro appena susseguente. La mole descrittiva dello scenario trasmesso oltre che non essere così inimmaginabile espone una massiccia quantità di dati necessari a colmare ogni minimo dubbio personale: il degrado, la tossicodipendenza, l’assenza di speranza, anche se solo in un quarto d’ora tutto è illustrato a puntino. Lo squadernamento della narrazione si rivela poi l’escamotage per far sfociare il film nel proprio tragico apice, sembra che quanto presentato fino a quel momento non sia che un piedistallo adibito a mettere in luce la brutalità dell’infanticidio. Oh, chiunque ha un cuore soffrirà umanamente nel vedere l’insensata azione dell’uomo, e ciò grazie anche a Slaboshpytskiy che hanekianamente riprende frontalmente (ma da dietro il vetro dell’ostetricia) l’assassinio, comunque sia non è abbastanza, la sensazione è che ci sia poco spazio attivo per noi nel desolato dipinto di Slabo, e al pari degli infimi prodotti che calibrano la propria gittata per sorprendere con il finale (prodotti di cui Diagnoz non fa parte), anche il secondo lavoro del regista di The tribe non crede più di tanto nelle potenzialità del cinema preferendo infilare la testa nelle sabbie mobili del racconto.

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