lunedì 20 novembre 2017

Perché.

Esattamente dieci anni fa nasceva questo blog. Volevo pubblicare un post più autocelebrativo ma non ci sono riuscito. A volte va così. Se mi volto verso quel lontano 20 novembre 2007 rimango un po’ confuso, è come se avessi la contrastante sensazione che oggi molte cose sono cambiate anche se in fondo non è realmente cambiato niente, d’altronde io sono sempre qua a scrivere con lo stesso computer di allora, un obsoleto Compaq Presario che ha visto passare nei suoi circuiti i peggiori virus in circolazione ma che comunque, non so come, è ancora vivo ed è consolante che la lucina verde proveniente dal case ha rischiarato, e continua a farlo tutt’ora, la mia piccola stanza. Solo lo sfondo del desktop è mutato qualche volta a causa delle disperate formattazioni dovute a chissà quale robaccia infettante, adesso ho la foto di un paesaggio acquatico, non si capisce se sia un lago o il mare, si vede sulla sinistra un promontorio che finisce nell’acqua mentre a destra il sole tramonta in un orizzonte gialloarancione, non so dove io abbia pescato questa immagine dalla risoluzione così bassa, si notano dei pixel e c’è una specie di nebbia dovuta alla scadente tessitura estetica, però mi piacerebbe mostrarvela perché la trovo molto bella e anche molto malinconica. Chi è cambiato, almeno in certi aspetti, sono io e le persone che durante questi 120 mesi hanno orbitato intorno alla mia vita così come io ho orbitato intorno alla loro, c’è chi, indirettamente, è entrato tramite me in questo spazio virtuale per poi uscirne lasciando dei residui che probabilmente non se ne andranno mai. È triste pensare al passato ma sono dell’idea che possiamo tirarci su considerandoci tanti piccoli satelliti che passano l’esistenza a tracciare complicati cerchi, una volta giunti alla fine non si può che ricominciare da capo.

Ho scritto tanto, tantissimo, ma non me ne faccio di certo un vanto, e ho visto/letto/ascoltato cose meravigliose che mi hanno formato interiormente. Una volta una grande persona mi disse che aveva letto un libro così bello che gli veniva difficile, dopo, rapportarsi con l’umanità che stava intorno a lui. Sarà banale dirlo ma spesso tutto sembra così buio: ti infili alla sera in un letto-sarcofago, fai sogni dolorosi, ti alzi, inzuppi quei due o tre biscotti nel latte, ti lavi le ascelle e i denti per mantenere un decoro, ti vesti ed esci ad affrontare il mondo che una volta era l’università e che poi si è trasformato nell’estenuante ricerca di un lavoro e infine in una sottospecie di lavoro, poco è cambiato comunque: sei sempre stato tu e gli altri. Con quante persone sei riuscito a stabilire una connessione profonda, intima e totalizzante? Amicizia e amore, quale è il loro peso nell’economia della tua giornata? Della tua settimana? Dei mesi, degli anni, di una vita intera? La prima immagine che si profila è questa: ci sono io che vado a zonzo per la mia città in un tardo pomeriggio di inverno, indosso un pesante montgomery blu e ho la faccia ficcata fino al naso nel bavero della giacca, non fa troppo freddo e sono tempestato dai pensieri: quando mi realizzerò? Quando avrò un posto fisso? Chi mi accetterà per quello che sono? Riuscirò a comprarmi una casa prima o poi? Avrò dei figli? Quanto è patetico farsi ’ste domande? Quella tipa scoperebbe con me? Arrivo in stanza e guardo un film, provo a scriverci qualcosa sopra, con grande fatica metto il punto finale e realizzo che quando scrivo vorrei essere da tutt’altra parte e quando sono da tutt’altra parte vorrei essere lì a scrivere.

È difficile nascondere quell’impressione di solitudine che ci attornia, e mi piace molto scoprire quali antidoti i miei simili utilizzano per combattere questa guerra eterna, io, ventenne senza arte né parte, aprii un blog, il motivo, andando a fondo, era solo questo: mi sentivo solo. E adesso come mi sento? … dovrei porre questa domanda a mio padre, ma non lo faccio mai. È invecchiato molto ed è pieno di brutti acciacchi. I nostri genitori sono l’impietosa misura del tempo che passa. Il primo ricordo che possiedo è con loro: ci troviamo ad una specie di festa in periferia, in una zona collinare che di notte si trasforma nell’alcova automobilistica delle coppiette innamorate, c’è della gente che balla e che mangia, e io sono davvero un bimbetto, avrò tre o quattro anni e i miei sembrano dei giganti, me ne sto lì con la manina appoggiata sulla portiera della Fiat Uno bianca, osservo, registro, frammenti di immagini mi si piantano nel cervello e, dopo decenni, ritornano casualmente – o forse no – ad esistere su queste pagine. Dopo quella macchina ci sarà una Punto che ad oggi smarmitta ancora per strada, ma non lo farà per molto, da qualche mese papà non guida più perché il diabete gli sta oscurando la vista. Un tempo era lui a portarmi in giro, adesso lo faccio io. Ecco una cosa che forse ho imparato in questi dieci anni: cambiamenti, cambiamenti effettivi o apparenti, cicli che si ripetono, che si aprono, che ti risucchiano per riportarti all’inizio quando credevi di essere arrivato alla fine.

Spesso nella quotidianità del vivere succedono cose a cui non diamo il minimo peso ma che se ci soffermiamo un attimo sono davvero curiose. È successo che nemmeno qualche mese fa sfogliavo un quotidiano e la mia attenzione è svogliatamente caduta su un articolo riguardante non ricordo più quale fumettista, le prime righe citavano la Turritopsis nutricula, che roba è la Turritopsis nutricula? Sono andato ad informarmi e, per farla breve, si tratta di una medusa la cui genetica le permette di essere praticamente immortale, una volta giunta ad un dato stadio biologico se ne torna giù sul fondo dell’oceano e si riconverte, inizia una nuova vita. Poi di recente mi sono smarrito nelle terre disastrate di Antoine Volodine dove in un suo libro firmato con l’eteronimo Manuela Draeger si narrano le avventure di una simpatica elefantessa che ha la capcità di rinnovare la propria esistenza a suo piacimento, Volodine spiega che non vi sono chissà quali procedimenti fantascientifici, semplicemente ad un certo punto il pachiderma entra in un tunnel scuro e quando vi esce è ringiovanito, è sempre lei e non più lei all’unisono. Noi purtroppo (o per fortuna) non abbiamo una struttura chimica come quella delle meduse perenni né siamo i personaggi di un romanzo post-esotico, però ciò che mi sento di dire a cuore aperto è di tenere duro, la resistenza è l’azione più alta che possiamo mettere in campo per fronteggiare i periodi bui. Se non erro David Foster Wallace diceva che ogni fallimento può trasformarsi in una vittoria, ed è questo l’unico modo che abbiamo per poter rinascere di nuovo. Non vorrei sembrare il predicatore di una qualche setta pseudo-filosofica ma resistere anche quando sembra che ci sia solo della merda intorno, e state tranquilli, non sembra, è esattamente così, è il solo spiraglio che lascia filtrare un po’ di ossigeno, e per farlo si può iniziare dalle piccole cose che ci fanno stare bene: guardare dei film, darsi all’unicinetto, curare le piante in giardino, non importa, per ricominciare davvero bisogna soltanto partire da se stessi. Io, che ho una grande ambizione già ribadita in passato: dissolvermi in un bicchiere d’acqua come un’aspirina, sono ripartito più volte da oltre il fondo, anche se non avevo niente di che, sai i problemi sono altri, che vuoi che sia, ma dài, ma su, me ne sono scappato, ci sono tornato, in realtà non me ne ero mai andato, e non lo farò nemmeno quando un giorno questo luogo si sarà disgregato nell’etere. Da quaggiù lo dico con un filo di voce, ascoltatemi per favore, perché io sono oltre il fondo: buon compleanno vecchio me. 

Hope when it gets cold
Cause my fear is that I’m getting old
Breathe when it takes hold
To start again
 

venerdì 17 novembre 2017

Leviathan

Insomma, alla quarta prova registica posso affermare con una certa sicurezza che il cinema di Zvyagintsev non rientra nell’insieme dell’ammirabile, non lo è stato pienamente prima, e non lo è adesso dopo la visione di Leviathan (2014). Ma che visione è? La solita carrellata di una Russia umanamente inospitale che il regista accerchia e fende per mezzo di due rii: il primo è quello di un j’accuse allo Stato (il faccione di Putin campeggia proprio nell’ufficio del sindaco) e il secondo è quello di un ritratto dei legami personali prossimo allo sfascio con tradimenti, amici/nemici, insoddisfazione generale profonda e radicata. Coniugando questi due aspetti Zvyagintsev costruisce un film davvero molto meccanico dove la possanza della sceneggiatura non lascia la possibilità ad ulteriori aperture, di conseguenza colui che guarda si limita a registrare l’accadimento degli eventi non senza una dose ragguardevole di tedio. Il nucleo della questione è che a causa della sua marcata strutturazione artificiosa, tipica di un cinema reazionario che non conosce il mondo oltre le recinzioni, Leviathan autoaffonda sotto i suoi stessi colpi che vorrebbero vestirsi di una ficcante drammaticità e che invece sono pallidi tentativi mirati ad estorcerci qualche emozione, ma noi siamo spettatori scafati e il nostro cristallino non si farà certo ingannare da baluginii così tenui.

La filmografia di Zvyagintsev (ad esclusione forse de Il ritorno, 2003), è centrata sulla figura femminea in quanto le donne presenti nei tre film successivi all’esordio hanno un ruolo che spicca e che inevitabilmente si scontra con una controparte maschile imbevuta di vodka. Siamo dunque in presenza di una netta linea autoriale oppure di una reiterazione sterile di tematiche e situazioni molto simili? La domanda apre un dubbio un filo preoccupante poiché le protagoniste di The Banishment (2007) ed Elena (2011) sono coinvolte in storie vicinissime a quelle in cui è impelagata anche Lilya. Da una tale angolazione muliebre si viene dunque a creare una ripetizione argomentativa che non mi sento di definire esattamente appagante. E, ritornando all’opera del 2014, non sazia nemmeno la risoluzione che si dà della tragedia tra Nikolav e la seconda moglie, i passaggi scritturiali nel finale si fanno molto forzati e il quadro che va a delinearsi, dal vago, ma proprio vago, sapore kafkiano, è un presepe di desolazione plastificata dove le varie pedine si muovono su binari pre-impostati e dove i sottotitoli non ci abbandonano mai continuando a dirci imperterriti: “ehi guardate come vanno le cose in Russia!”.

Bravissimo Zvyagintsev, per carità, quanta raffinatezza nella messa in scena, che sagacia nello specchiare l’imperturbabile paesaggio circostante dentro i volti paffuti degli abitanti, quale saettamento verso lo sterminato universo-Russia! Sì, ma poi? Non scherziamo, questo cinema nasce già in un tumolo (nella fattispecie fu Cannes) per poi proseguire la propria esistenza zombesca raccogliendo consensi da individui che si nutrono della stessa carne decomposta (eccola lì la nomination all’Oscar). Non vale la pena scomodare la Bibbia o Hobbes, per riferimenti del genere è stato molto più esaustivo l’unico e vero Leviathan (2012), un film di un’altra categoria: quella del capolavoro.

domenica 12 novembre 2017

I tempi felici verranno presto

Che bello! Finalmente un film che non si esaurisce durante la visione e che ha la forza di trasformarsi oltre i titoli di coda in sete di conoscenza da parte di uno spettatore obbligato a ricercare indizi, opinioni, dritte ed interpretazioni per poi giungere alla conclusione che ogni punto di arrivo, purché soggettivo e pensato, è valido e che proprio tale capacità, quella di piantare semi nella mente di chi assiste, è un valore molto più prezioso rispetto a qualunque scioglimento o annodamento tramico, finalmente, soprattutto, un’opera che fa esattamente quanto auspico da anni: prendere la realtà senza intaccarla né codificarla in modo pesante, cogliere una purezza, un’origine e trasportarle nella diegesi travalicando i confini stessi del reale: attenzione, è qui, in questa zona decisiva, che la faccenda si fa tanto seria quanto ghiotta: ecco come si può e si deve costruire una storia e di come il cinema permetta ciò grazie ad una specie di processo osmotico che parte da un realismo per approdare altrove. In altri termini durante la proiezione quanto si diffonde oltre la membrana dello schermo è la finzionalizzazione di una concretezza, così, un po’ stupiti e un po’ disorientati, tocchiamo questi due estremi, i quali, cortocircuitando, partoriscono esemplari come I tempi felici verranno presto (2016), modelli di cinema che hanno radici sia nel contemporaneo internazionale (Weerasethakul per le riprese nemorali, Gomes per il rimbalzo tra verità e menzogna) sia nel panorama italiano riguardante i non pochi autori che lavorando sul documentario sono arrivati in altre zone apocrife, però I tempi felici... sa anche distaccarsi da un Marcello di turno, ha una forza diversa rinvenibile principalmente nell’astrazione che permeando il cuore del film (si noti il contrasto: dal concreto all’indefinito) arriva ad universalizzarlo.

Il friulano Alessandro Comodin giunge al secondo lungometraggio mantenendo una ferrea coerenza nell’approccio, sia in Jagdfieber (2008) che ne L’estate di Giacomo (2011) il metodo del regista non ha mai abbracciato alcuna didascalia e ha provato, con semplicità e nei limiti produttivi, di farci sentire qualcosa piuttosto che raccontarcela. Con la pellicola presentata a Cannes ’16 lo schema di base è lo stesso ma questa è solo la partenza: ce ne accorgiamo dopo una mezz’ora sorniona in cui tra luci naturali e camera in spalla abbiamo seguito due ragazzi vestiti come cinquanta/sessant’anni fa i quali, giusto il tempo di una bella panoramica svelatrice, vengono fatti fuori da due malintenzionati, stacco ed eccoci introdotti in ciò che appare essere il presente nudo e crudo: ad un tavolino un signore racconta una leggenda del posto, la quale leggenda prenderà vita nel prosieguo attorcigliandosi con il passato. Capite? No? Perfetto: è esattamente qua che Comodin vuole portarci e dove io stesso voglio arrivare: nel dubbio e nella semioscurità. Attraverso il mix dei piani temporali, che avviene in totale spontaneità, basta un buco nella terra (cfr. la penetrazione del formicaio in The Human Surge, 2016), la materia forgiata si scalda arrivando ad una temperatura elevata con l’incontro tra i due ragazzi. È un’opera aperta a partire dal dislocante titolo (suggerito casualmente da un amico di Comodin) ed anche nella sua essenza prismatica, dentro c’è, come ampiamente ribadito, la tangibilità di ciò che ci circonda e al contempo (ma di quale tempo si tratti non so dire) il fantastico del folklore unito all’enorme capienza del cinema che permette congiunzioni impossibili ed illogiche ma che attuandosi non lasciano in chi assiste la benché minima riserva. Lo ripeto: che bello!

mercoledì 8 novembre 2017

Out of Frame

Nella breve descrizione che il sito della Mostra dedicò a Titloi telous (2012) [1] si possono leggere testuali parole: “adesso sono le loro stesse cornici vuote a essere il messaggio. E anche la stessa Grecia è rimasta “vuota”. Una tale lettura del corto mi pare errata perché a differenza di Casus belli (2010) che proponeva un’allegoria sulle classi sociali della Grecia-in-crisi, e quindi uno sguardo puntato sulle persone, per Out of Frame Zois lascia da parte metafore & affini le quali possono essere rintracciate soltanto attraverso un’opera di sovrainterpretazione. La frontalità e l’immediatezza del film nascono dall’esigenza di cogliere le conseguenze di una scelta politica da parte della Grecia: quella di abolire la pubblicità sui cartelloni urbani, e tali conseguenze si direzionano verso un unico punto: un quadrilatero spoglio, lo sdoganamento involontario del quadrato di Malevič, un effetto dell’impasse economica in cui la nazione ellenica versava in quel periodo. Il nocciolo che si scontra con una visione umanistica è che qui l’uomo per chi scrive non c’entra proprio niente, i cartelloni vuoti sono la conseguenza della crisi, ma senza pubblicità i cittadini, al contrario, ne uscirebbero arricchiti poiché senza un mondo tutto brand e spot si riacquista quella capacità di scegliere seguendo semplicemente il proprio volere e non quello imposto dagli altri. Capisco che si tratta di un discorso insensato poiché il capitalismo è ormai un elemento fondante dell’occidente e non riesco a pensare ad un sistema che possa prescindere da esso, tuttavia una sorta di utopia mi fa pensare che sarebbe bello poter esercitare il poter d’acquisto senza l’inquinamento del marketing e delle campagne commerciali su scala globale. Certo, bisognerebbe avercelo il potere d’acquisto, cosa che Zois sembra ricordare mostrandoci il totale disarmo dello Stato: a che serve sponsorizzare un prodotto se nessuno può comprarlo?

A parte lo sproloquio personale di cui sopra, ritengo che Titloi telous sia un’opera nulla che artisticamente vale zero. Assodati i risultati della débâcle greca in termini monetari non vi è nient’altro degno di interesse, Zois si limita a raccogliere questi monumenti moderni della disfatta europea disseminati nella realtà urbana, non accenna né uno sviluppo (fattore rintracciabile invece in Casus belli) né un approfondimento, in dieci minuti la stasi che si presenta allo spettatore non è sufficiente a riempire la profondità dell’argomento tematizzato, al netto della libertà autoriale di qualunque regista, quando si affronta la politica col cinema accontentarsi della constatazione è un atto a mio avviso insoddisfacente, per l’ovvietà bastano i telegiornali.
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[1] Consultabile qui.

lunedì 6 novembre 2017

Marquis

Di tutte le variazioni sul tema de Sade proposte dal cinema nel corso della sua storia, è probabile che Marquis (1989) si ritagli una posizione di rilievo per il suo grado di originalità e di irriverenza sbruffona, elementi che sommariamente sono molto accostabili con il pensiero del personaggio che si vuole andare a ritrarre. Indubbiamente già in partenza ci sono buone premesse poiché l’idea nacque dalla fervida mente di Roland Topor, grande illustratore francese “padre” de Il pianeta selvaggio (1973) nonché attore per Herzog nel suo Nosferatu (1979), che venne poi messa in pratica dal regista belga Henri Xhonneux (deceduto nel ’95) con una professionalità a cui non si può biasimare niente. Ciò che rende Marquis un titolo peculiare è la scelta (voluta da Topor) di animalizzare gli esseri umani tanto che ogni personaggio ha la testa ed anche altre parti del corpo di una bestia (una mucca, un topo, un cane), qui si crea il valore dell’opera poiché nonostante siano passati quasi trent’anni la resa estetica di questi animaluomini, realizzati grazie all’animatronica, non appare né datata né ridicola. Ovvio che oggi, con una CGI che ha il monopolio del fantastico nel cinema, i canoni estetici sono stati irrimediabilmente modificati, tuttavia all’artigianalità e alla bizzarria visiva della coppia Topor-Xhonneux alzo un grande pollice perché oltre ad una valida restituzione dei soggetti in scena si aggiungono dettagli e finezze che impreziosiscono il film, particolari che denotano una mirata cura formale (guardate il giornalista olandese e come fa a respirare).

L’affrontare il tema di una sessualità perversa come è di costume per il celeberrimo Marchese viene portata avanti con gusto, weird, sia chiaro, che sempre gusto è: già c’è una trovata che fa sbellicare come quella del pene parlante la quale oltre ad essere divertente per via delle sue fattezze e delle situazioni che gli vengono costruite attorno è funzionale dal punto di vista narrativo visto che permette al protagonista di avere un partner all’interno della cella con cui dialogare mantenendo una continua frizzantezza del racconto. In più, e ora arriviamo al nocciolo, vi è anche lo spazio per una sorta di rovesciamento delle aspettative spettatoriali, infatti del micro-mondo che ci viene incontro l’unico a mantenere un certo autocontrollo è proprio l’esimio Marchese mentre intorno a lui è un continuo fornicare. A tal proposito Xhonneux e Topor costruiscono una rete di erotismo deviato con un intreccio quasi soapoperistico legato ad una misteriosa paternità (la quale darà i natali a…) che poi va a combaciare in un qualche sghembo modo con un fatto Storico come la presa della Bastiglia, ma l’evidenza della trama può a mio modo di vedere essere messa da parte, è meglio prendere atto di questo profilo “diverso” del signor de Sade e focalizzarsi sulla patina per gustare quelle minuzie che fanno di Marquis un cinema d’evasione che mi piacerebbe vedere più spesso.

sabato 4 novembre 2017

Ok

Ascoltato assolutamente per caso, da questo disco d’esordio dei Wy, duo svedese di sede a Malmö, non riesco, e non voglio, uscire. Già il mio dylandoghiano quinto senso e mezzo aveva incominciato a fibrillare su Indolence, il brano d’apertura che a 2'16'' ha una accelerazione poderosa, poi con il refrain quasi tribale di What Would I Ever Do le orecchie si sono spalancate e dentro ci è entrata della musica intessuta di un mood che sento intimamente mio, tipo Bathrooms, tipo You + I. All’inizio sembrava di riascoltare la Zola Jesus di Conatus, ma se la voce di Ebba Ågren quando si apre potrebbe anche assomigliare a quella della collega americana, la struttura dei pezzi di Okay tende, a volte, verso un post-rock carico di malinconia staccandosi dalle derivazioni elettroniche del caso, mentre altre volte, grazie alle notevoli doti canore della lead singer, le sonorità tra il dream ed il sad-pop alzano l’asticella della posta in gioco per lambire certe corde profonde, quelle che si articolano sotto la nostra pelle, tra le vene e le arterie, e che fremono quando vengono stimolate nel modo giusto. Ci saranno tanti altri dischi così nello sterminato sottobosco delle band indie? Non lo so. In attesa di possibili notizie, io mi inchino di fronte ai Wy.

Ascolto completo sulla loro pagina di Bandcamp.

giovedì 2 novembre 2017

Olmo e il gabbiano

Petra Costa, brasiliana con alle spalle il lungometraggio Elena (2012), e Lea Glob, danese con non molta esperienza in campo registico (danese: c’è anche la Zentropa a finanziare), si incuneano nella vita di due attori teatrali residenti a Parigi, la modenese Olivia Corsini e il francese Serge Nicolai, che da anni sono una coppia anche fuori dal palco. La genesi di Olmo and the Seagull (2015) si situa dunque nell’incontro avvenuto in Brasile tra la Costa e Corsini-Nicolai, i quali, affascinati da Elena, decisero di buttare giù un progetto con la regista, progetto che inizialmente doveva ispirarsi a La signora Dalloway di Virginia Woolf, ma che, una volta sopraggiunta la gravidanza di Olivia, si è trasformato in qualcosa di maggiormente personale. Chiaro che la maternità è il centro del film e che la correlata tematizzazione ha un tatto femminile, delicato, capace di estromettere la controparte maschile che vediamo al massimo come un premuroso futuro papà senza però venire a conoscenza dei suoi dubbi e delle sue paure (ad esclusione di una rapida domanda postagli al party conclusivo). Quindi la dimensione muliebre che le registe propongono ha figura essenziale nella mente e nel corpo di Olivia Corsini, il ritratto che ne risulta, tempestato di ricordi, riflessioni e confessioni, è quasi una biografia sull’attrice italiana, un tableau vivant casalingo dove sia la donna che l’uomo, immersi fino a quel momento nel mondo-teatro, devono impegnarsi ad impersonificare il ruolo più difficile della loro vita: quello di essere se stessi.

Ma passiamo pure al comparto tecnico che più ci interessa, perché se è vero che ormai le storie proposte da qualunque forma d’arte non sono più in grado di stupire, è allora fondamentale trovare un metodo di trasmissione convincente, e quello di Costa & Glob rientra nei territori della docufiction. L’etichetta ossimorica esibisce il senso del film, per cui sì, abbiamo a che fare con un altro esemplare filmico che si prende l’onere di rappresentare l’elettrico contatto tra realtà e finzione. La traiettoria che si disegna davanti ai nostri occhi contempla movimenti ingannatori dove situazioni che toccano vertici di reale (la tesa discussione tra Olivia ed un rincasante Serge) vengono ribaltatate da coordinate che finzionalizzano la scena (l’ingresso vocale di una delle due nel quadro ripreso che dispensa consigli). Dunque c’è un continuo rimbalzare tra il vero ed il fittizio che per usare una consunta litote non è poi così male, vedibile senza strabuzzamenti oculari, né in negativo né in positivo, vieppiù poi che se ragioniamo sui due personaggi in scena e sulla professione che svolgono allora il discorso prende una piega quasi meta-esistenzialistica poiché ritroviamo due attori intenti a recitare la vita che vivono normalmente, insomma c’è una componente celebrale che si tramuta in riflessione artistica in grado di rinforzare l’aspetto concettuale dell’opera.

Tutte le sopraccitate informazioni che riguardano l’intima visione della dolce attesa da un punto d’osservazione femmineo, oltre al biopic di una brava attrice nostrana unito alla ludicità del canale comunicativo e ad un pensiero che pensa al ruolo attoriale nel cinema, fanno di Olmo e il gabbiano un prodotto che, in qualità di film para-narrativo, si è meritato la distribuzione italica in DVD per conto di Koch Media.

domenica 29 ottobre 2017

Nowhere Line: Voices from Manus Island

Non brillerà certo per un elevato valore cinematografico Nowhere Line: Voices from Manus Island (2015), ma comunque, e non è cosa inutile, questo corto ha il merito di farsi cronaca moderna portando alla ribalta, per quanto gli è possibile fare, un dramma che pur consumandosi a migliaia di chilometri dall’Europa ci fa pervenire l’eco pericolosa di un monito, soprattutto per la realtà italiana, dove un caso locale, visti i presupposti pressoché identici, è plausibilmente traslabile nei molti centri di accoglienza per immigrati sparsi nel Paese, perché sì, il lavoro di Lukas Schrank, inglese di nascita ma trasferitosi in Australia da tempo, si occupa di quella tragedia telegiornalisticamente defininita fenomeno dell’immigrazione, e lo fa raccogliendo la testimonianza telefonica di due uomini, Behrouz e Omar, fuggiti dalle loro nazioni di origine (uno è un giornalista iraniano, l’altro mi pare non venga detto) per chiedere asilo in Australia, ma la ferrea politica dello stato oceanico che tende a dislocare i rifugiati clandestini al di fuori del proprio territorio si rivela tutt’altro che accogliente spedendo i due in un centro sull’isola di Manus, Papua Nuova Guinea, in cui le tensioni con la popolazione autoctona finiscono nel sangue.

È un argomento delicato questo che avrebbe bisogno di un impegno e di uno sforzo politico reale e non di una bassa demagogia orientata a strappare qualche voto e a fomentare del cieco razzismo, allo stesso tempo è facile parlare da dietro una tastiera per cui, tornando al film, è sicuro che Schrank sa mantenere una posizione equidistante da un qualunque giudizio/commiserazione sia verso i carnefici che verso le vittime, e affidandosi alle conversazioni registrate (sarebbe interessante capire come sia riuscito a stringere contatti con i “detenuti”) non fa altro che annotare e trasmettere la storicità di fatti sommersi (perlomeno in questa parte del globo). Senza faziosità siamo davanti ad un altro sbriciolamento di quelli che dovrebbero essere i cosiddetti diritti umani. La scelta di un’animazione tra il tri e il bidimensionale rappresenta un segno di distinzione che svia i possibili pantani del live action, non siamo in territori esattamente seminali perché ormai, infatti, molti prodotti animati presentano un’ibridazione fra tecniche moderne ed altre più classiche, ad ogni modo ciò non compromette una visione che sul finale si scolpisce nella frase seguente:

“Io non voglio pregare perché non ho religione, ma le preghiere di chi crede comunque non funzionano. Questo genere di cose sull’isola di Manus non funzionano.”

giovedì 26 ottobre 2017

Certain Women

Ritorna la voce dimessa di Kelly Reichardt e della sua provincia americana alle prese, questa volta, con due novità: la prima è l’allontanamento dalla zona dell’Oregon, infatti Certain Women (2016) è ambientato nel Montana [1], la seconda è l’utilizzo di una struttura narrativa che si rifà ad una specie di coralità, e questo è davvero un mutamento degno di nota poiché se ricordiamo i suoi lavori precedenti la Reichardt non ha mai dato un peso così importante al comparto sceneggiaturiale e men che meno a quello attoriale (c’è Wendy and Lucy [2008], sempre con Michelle Williams, alter ego dell’autrice, che fa giurisprudenza: una donna, un cane, nient’altro), però già con Night Moves (2013) erano stati dati segnali di un cammino che iniziava a divergere più di un poco col passato, meno traiettorie esistenziali ed intimistiche, più focus su questioni sociali e politiche, ecco Certain Women prosegue in parte tale cambiamento prospettico e al contempo presenta di nuovo il tentativo di far penetrare la mdp nell’anima delle persone, sempre con grande tatto e discrezione. L’equilibrio che viene a crearsi non è comunque così stabile, come per ogni film corale che si rispetti anche qui non tutti i tasselli del quadro raggiungono lo stesso livello attrattivo, in più, allargando lo spettro esegetico, trovo un filo tediante dover concentrarci sulle faccende narrative per la valutazione di un’opera, ma qua siamo e qua dobbiamo stare.

Dunque, l’idea della regista è quella di mostrarci tre donne quanto più diverse possibile in rapporto ai tre annessi mondi che le circondano, quello del lavoro, quello della famiglia e quello dell’amore. Premettendo che il minimalismo di Old Joy (2006) è ahinoi solo un ricordo, il primo segmento con Laura Dern nei panni dell’avvocato è decisamente debole e soprattutto impersonale, sembra di vedere un episodio di Law & Order che mai ho veduto ma che immagino così, e fiacchi sono i rimandi “di denuncia” verso una burocrazia difettosa e verso il maschilismo nelle realtà lavorative, problema rilevante è che il prosieguo non contempla alcun decollo ma anzi si esplicita in un ulteriore passaggio titubante dotato di una preoccupante piattezza, il ritratto della tipica coppia in crisi è così insipido così… non trovo nemmeno aggettivi adeguati né vorrei rifugiarmi nelle solite frasi fatte (“sa di già visto”, “pretendiamo di più”), boh, la tensione tra la Williams e il marito (amante della Dern) è flebile e la questione delle pietre da prelevare non fertilizza chissà che (c’è un parallelo, una metafora, nel volere edificare un muro da parte della donna? Se sì, ditemelo, grazie), il tutto ci conduce all’ultima parte che invece raccoglie consensi e che con i dovuti accorgimenti sarebbe potuta essere un film indipendente, beninteso, non c’è nessuna sconvolgente rivelazione filmica, soltanto la semplicità del mettere in scena una solitudine che cerca di non essere più tale (bravissima la meno conosciuta delle attrici sul set: Lily Gladstone), il che dimostra di quanto Kelly Reichardt si trovi più a proprio agio quando gli elementi diegeteci sono ridotti all’osso. Ecco, è sempre così: nell’asciuttezza c’è molta più acqua che altrove.
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[1] Non ho visto né River of Grass (1994) né Ode (1999) né altri corti della regista e dato che la pigrizia mi impedisce di andare a controllare, per me la Reichardt ha sempre girato in Oregon.

lunedì 23 ottobre 2017

Bad Film

Bad Film (2012), ovvero il film perduto e poi ritrovato di Sion Sono, è un’opera mastodontica girata nel lontano 1995 da Sono stesso coadiuvato da un collettivo denominato Tokyo GAGAGA, per la cui realizzazione, come ci ricordano i titoli di coda, vennero scritturate ben duemila (!) persone, i numeri sono da capogiro perché oltre al cospicuo materiale umano anche quello relativo al minutaggio è fuori da ogni concezione per un lavoro narrativo, infatti il risultato finale (due ore e quaranta minuti) è la scrematura di una spaventosa mole di girato che pare navigasse intorno alle centocinquanta (!!) ore complessive, così dopo diciassette anni in soffitta causati da una mancanza di fondi, Sono si è rinchiuso nel suo studio per tagliare e incollare i lacerti di un film che, va subito detto, è esteticamente poverissimo poiché ci si riferisce ad una resa visiva dettata dall’HI 8, un formato che al tempo poteva essere potabile (con quei bordi arrotondati a volte sembra di trovarci al cospetto di un precursore delle GoPro) ma che ora accusa enormemente il passare degli anni, sia per la qualità video che per quella audio. Nella recensione di tal Alec Kubas-Meyer (link), un tizio che a quanto pare ha potuto vedere Bad Film su grande schermo, vengono riportate le seguenti parole: “Seeing Bad Film in a theater feels like a joke. It’s not a movie that should be in a theater; it should be seen on an old VHS tape found in an attic somewhere. It’s footage from 1995, but it seems so much older”. Quindi la seconda pellicola più lunga di Sono dopo Love Exposure (2008) è una pena per i nostri occhi “moderni”, se però si riesce a superare questo scoglio si spalanca un mare irrequieto di pura e profonda arte sononiana.

Da un punto di vista temporale Bad Film si collocherebbe tra The Room (1993) e Keiko desu kedo (1997), due film tra i più sperimentali del giapponese che a onor del vero non hanno granché di cui condividere con l’opera in oggetto, no, l’idea che qui sta alla base troverà uno sviluppo più concreto e professionale soltanto lustri dopo, in parte col già citato Love Exposure, e successivamente con Why Don’t You Play in Hell? (2013) [1] e Tokyo Tribe (2014), alla radice di una tale furia tellurica c’è sempre la necessità di inscenare la violenza, condita da ingredienti diversi (riflessioni meta, l’hip-hop), per mezzo di faide tra bande di delinquenti. Bad Film, ovviamente, non possiede ancora quell’eruttante totalità investente degna del miglior Sono, e, parimenti, non presenta nemmeno quella sfiancante amatorialità degli esordi (vedi A Man’s Flower Road, 1986), ci troviamo allora in una zona intermedia dove grazie ad un qualche miracolo incomprensibile si arriva perfino ad una sottospecie di equilibrio. Chiaro che nelle quasi tre ore di proiezione la mole narrativa è aldilà dei normali standard e pertanto è innegabile che tutta la contorsione della trama, ricolma di twist, scorciatoie e ingarbugliamenti (è pur sempre una creatura di Sono!), possa anche spazientire, ma d’altronde Bad Film, nomen omen che racchiude già parecchio, se non tutto [2], non vuole essere una visione comoda, al contrario, il suo farsi pian piano spietato sfrondando lentamente altre componenti categoriali (e ce ne sono: comicità, stranezze [una testa di maiale come amante], sentimentalismi pazzoidi), mette in mostra una crudeltà umana che il regista riacciufferà in futuro con Cold Fish (2010), sebbene qua ci si fermi un paio di step prima dell’acme parossistico, il che, per una volta, non dispiace poi troppo.

Opera anche politica, e con ogni probabilità l’unica ad oggi dell’autore, in Bad Film trova posto una riflessione sociale sulle discriminazioni razziali con focus locale tra la diatriba che vede una gang di giapponesi contrapposta ad una di cinesi per il dominio urbano di una zona di Tokyo. Non vi è profondità in questa riflessione, per cui non aspettative niente di illuminante, però calibrando la tematizzazione al contenitore c’è ritmo e misura, e pur non essendo noi davvero dentro il cuore della questione abitando una vita lontana anni e chilometri da lì, sotto il velo della baracconata la materia si scalda fino all’incandescenza. E non è finita: in parallelo Sono innesta un ulteriore argomento che è quello riguardante l’omosessualità, un assunto che con il procedere del film assume un ruolo sempre più di primo piano e che attraverso modalità che lascio a voi comprovare trova un intreccio convincente con la faccenda gangsteristico-razziale. Al pari di quanto scritto sopra, anche la svolta che pone in risalto storie gay e lesbiche non passerà agli annali per acume intellettuale, ma non era comunque questo lo spazio per uno studio del genere. Vedere Bad Film ha ricordato al sottoscritto perché Sono è (… stato?) un regista rispettabile, perché è un buco nero capace di risucchiare qualunque cosa gli orbiti attorno e trasformarla in un manufatto vivo, non esente da difetti (e nella fattispecie ce ne sono in quantità industriale), ma pieno di cuore e voglia di raccontare. Dieci, cento, mille film cattivi, al bando inutilità come The Land of Hope (2012) o Love & Peace (2015).
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[1] Andando a fondo nella filmografia di Sono, e quindi ripercorrendo di conseguenza anche le orme della sua vita, il film che fu presentato a Venezia nel 2013 si profila come il più autobiografico in assoluto. Impossibile non notare una stretta somiglianza tra il gruppo di scapestrati dell’opera recente e ciò che fu Tokyo GAGAGA.

[2] La seguente citazione di Sono presa da qui racchiude il significato dell’operazione: “At the time, the Japanese film industry was full of films for goodie-goodies, i wanted to something completely against that — a film that is not an A-student film but something that is bad

venerdì 20 ottobre 2017

Montaña en sombra

Come oculatamente rimarcato sul sito di Lois Patiño (link), Montaña en sombra (2012) accentua attraverso un’ottica meditativa la microscopicità dell’uomo dentro la vastità del territorio montuoso, sotto questa luce, che per ossimoro è oscura, il videoartista spagnolo già assistente di Mercedes Álvarez nell’interessante Futures Market (2011) fa un buon lavoro: neanche fosse un novello Mario Giacomelli (lo ricorda sia se si pensa alla meravigliosa serie paesaggistica sia per quella dei Pretini), Patiño disidentifica l’umano che diventa macchiolina antropomorfa nel nitore accecante della neve, e allora formiche-uomo scendono e risalgono la montagna sotto l’algido sguardo di un cinema deificato in cui l’occhio di Patiño si fa satellitare, si fa Google Maps, lui è sopra, osserva dall’alto il brulicare delle persone sovrastate da un infinito che essi non potrebbero cogliere (/che noi non potremmo cogliere), si tratta, oltre alle guglie rocciose, delle ombre che le nuvole proiettano laggiù (/quaggiù), enormi coperte che scivolano e ammantano nel freddo ficcante del crepuscolo. Patiño insomma permette di immedesimarci nella sorgente visiva di “qualcuno” che sta molto in alto, cavolo: non capita spesso di potersi allacciare al nervo ottico di un dio.

E non è tutto: il lavoro del regista diventa ottimo quando ci si concentra sullo studio tecnico-cromatico che viene compiuto, le saturazioni di nero e le ulteriori manipolazioni che ignoro ma che intuisco (ad un certo punto un qualche effetto sulla lente fa sì che il complesso alpino… palpiti) donano un senso ulteriore a quello citato nel paragrafo soprastante, qui è un addentrarsi nel campo sensoriale e allora non si ha quasi più, “semplicemente”, l’inquadramento orografico di uno spazio in rapporto alla fauna umana che vi orbita intorno, l’Ombra e la Luce semantizzano una visione che può portare lo spettatore nell’oltre che caratterizza un certo tipo di settima arte con cui Patiño, nonostante la giovane età, sembra già essere in confidenza. È una faccenda di energie invisibili, di illusioni che eludono la realtà: il suolo si fa lunare, la neve alta marea di petrolio, ciò che è si trasforma attraverso l’esposizione registica e viene elaborato da coloro che assistono, piccoli esseri suggestionabili dotati di ricettori sensibili e sale di proiezione interne, perché, che serva da memorandum, il vero cinema è solo uno: quello che sboccia dentro di noi.

martedì 17 ottobre 2017

Az ember tragédiája

Az ember tragédiája (2011) è un kolossal animato proveniente dall’Ungheria con una lunghissima gestazione alle spalle, il regista Marcell Jankovics, nominato all’Oscar nel ’76 per lo short Sisyphus (1974), ha impiegato ben ventitre anni per portare a compimento la sua opera-mondo, numerose sono state infatti le vicissitudini (riconducibili essenzialmente alla mancanza di denaro, la quale fu lenita nel 2008 dai dollari americani provenienti dal corto sopraccitato inserito in uno spot trasmesso durante il Super Bowl) tanto che lo costrinsero, in alcune occasioni, a presentare il film a pezzi. Tratto da un poema magiaro del 1861 intitolato appunto The Tragedy of Man, fonte, fra l’altro, anche di un film visto da queste parti: The Annunciation (1984), Az ember tragédiája si prefigge un obiettivo smisurato: raccontare la storia dell’umanità partendo dalla Creazione. Ad un’ambizione del genere corrisponde un lavoro fuori dagli standard dell’animazione poiché parliamo di quasi tre ore di proiezione nelle quali le spigolose inflessioni ungheresi dei doppiatori discernono di quella abbagliante complessità che è la vita e di coloro i quali la vivono, compresi i fattori che la sostanziano come l’amore, la libertà, l’uguaglianza, la fede. E per fare ciò Jankovics decide di compiere una maestosa cavalcata tra ere ed ere, il motto è: provare a capire le varie epoche per provare a capire l’uomo. Comprenderete allora che siamo di fronte ad un azzardo, una scommessa che pretende parecchio dallo spettatore in termini di attenzione.

Il canovaccio narrativo è pressoché lo stesso per tutta la durata del film, dopo la cacciata dall’Eden Lucifero tentatore fa da guida [1] attraverso i vari periodi storici ad un Adamo alla costante ricerca della sua Eva. Quanto viene in superficie è una ricorsività della Storia, una reiterazione di fatti e azioni riguardanti gli esseri umani che si ripresenta anche a distanza di secoli, si parla, ovviamente, di questioni disdicevoli come guerre, lotte e stermini, qui Jankovics è abile nel sottolineare una tale dimensione votata al ripetersi tramite svariati accorgimenti visivi che implementano il discorso, così nonostante il passaggio dall’antico Egitto alla Grecia classica, o dalla Rivoluzione francese alla Londra ottocentesca tutto cambia per far sì che nulla cambi realmente. In questo che altro non è se non un gigantesco loop, la narrazione si carica l’onere di una proiezione futura che comincia verso il centoventesimo minuto. Omesso il Secolo breve (ed è strano vista la mole di accadimenti qui sintetizzati in rapide sequenze), siamo trasportati in due lontane zone temporali, la prima è una specie di tecnocrazia dove l’apparenza di una civiltà sottende un’establishment fascista, mentre la seconda, estrema e periferica, è uno scenario post-atomico degno di Dead Man’s Letters (1986) che riporta l’umanità al grado zero. Ebbene, giunti al termine del viaggio è un evidente pessimismo il sentimento che trasuda maggiormente dall’imponente lungometraggio, ovvio che non è rintracciabile alcun elemento innovativo in un racconto che per certi versi non diverge troppo da un bignami scolastico, ma la vena romantica del sottoscritto vuole comunque gratificare sia la costanza dell’autore che il proposito di maneggiare tematiche così ampie da diventare mai come ‘sta volta universali.

Dove invece Jankovics risulta francamente indifendibile è nella realizzazione tecnica del film. Capisco la differenziazione degli stili di disegno in base alle età rappresentate, ma nella globalità questo tipo di animazione bidimensionale è indietro anni luce rispetto all’offerta attuale nel campo di riferimento. Sembra che Jankovics si sia fermato al momento in cui iniziò a concepire il progetto, pertanto l’abito estetico, non dissimile, ad esempio, dalle forme di René Laloux, risulta molto deficitario, il che, se rapportato al complessivo minutaggio, può appesantire la visione svalutandone i contenuti.
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[1] Questo demonio proteiforme che risulta il personaggio più solido di tutto il film assomiglia al “collega” presente in Faust (2011) di Sokurov, stessa cialtroneria, stesso atteggiamento da smargiasso.

domenica 15 ottobre 2017

Vorrei portarti sui luoghi

Così si apre il nuovo, inaspettato, album di Flavio Giurato, ed è un’apertura che diventa estuario in un mare di parole che come al solito ci porta via, parole che costruiscono storie e storie che ritornano nell’acqua in un portentoso circolo narrativo che vede nella materia liquida l’habitat naturale dell’uomo in migrazione, non solo quello della title track ma anche il protagonista del vertiginoso cortocircuito temporale di Ponte Salario (dedico questa canzone e sono sincero/a tutti quelli in coatta trasferta verso un più stabile ristoro/e che stanotte dormono sotto Ponte Salario) o di colui che nell’enigmatica Agua mineral compie la lunga e perigliosa traversata, è come se quel tuffatore che rinasceva ogni volta dall’acqua all’aria si sia moltiplicato in una contemporaneità piena di riflessi che solo Giurato sa trasmetterci con la sua musica.

Lo dice il sottoscritto che conta meno di zero: Le promesse del mondo è davvero un disco assoluto, è un lavoro dotato di uno spessore poetico che invita a continue riletture, proprio che il solo focalizzarsi sulla componente testuale sgomenta per le sorprendenti soluzioni lessicali adottate dal cantautore romano. Se lo si definisce bello o denso o chessò è sempre meno di abbastanza, è, nella complessità dell’ascolto, più di quanto altro potremmo sentire. Io credo che Digos sia un pezzo enorme e non so se qualcuno in Italia abbia mai scritto una cosa del genere, per cui, ancora una volta, grazie infinite signor Giurato. 
 
Qui l’ascolto completo su Rockit.

giovedì 12 ottobre 2017

Bitter Lake

Un pezzo di Burial ci porta dentro Bitter Lake (2015), nella sua essenza frattale e magmatica che trova una perfetta fusione con l’ipnotica litania del misterioso producer britannico. Ad Adam Curtis, giornalista con alle spalle parecchi lavori televisivi, ciò che preme di più è affondare il colpo sulla politica occidentale che ha trovato nell’Afghanistan una specie di nazione-laboratorio dove americani e russi, per motivi e ragioni diverse, hanno tentato di esercitare un proprio potere ricevendo in cambio soltanto delle violentissime ritorsioni. La ricerca di Curtis è sicuramente ammirabile e soprattutto esplicativa per coloro i quali (e il sottoscritto ne fa parte) identificano questo Paese polveroso posizionato da qualche parte in mezzo al continente asiatico con Osama bin Laden e gli attentati dell’11 settembre, in realtà c’è tutta una storia dietro che d’altronde è Storia e che Curtis ci fa il piacere di narrarci con una linearità che arriva a bersaglio. Ciò è sicuramente un pregio del film perché con una vicenda così complessa che parte da un incontro tra Roosvelt e il Re dell’Arabia Saudita sul finire della seconda guerra mondiale presso il Lago Amaro, si arriva fino ai giorni nostri con la brutale jihad dell’ISIS in un percorso che attraversa le epoche e la geografia dove tutto, a sentire la proposta di Bitter Lake, appare collegato da un filo che intreccia denaro, potere, religione, fanatismo, faide tribali e così via. Da una tale notevolissima massa di informazioni il regista trova un metodo espositivo che, come detto, è in grado di raccontare la difficile situazione globale in modo chiaro e convincente, di sicuro, da oggi, chiunque voglia conoscere qualcosa di più sull’Afghanistan non potrà prescindere da un documentario come Bitter Lake.

La comprensibilità dei concetti avvicina il film a quella dimensione che l’ha accolto (fu diffuso online dalla BBC) e per la quale è stato pensato, quindi stiamo parlando di un prodotto più divulgativo che artistico sebbene, ed è obbligatorio rimarcarlo, Bitter Lake sia capace di scavalcare i paletti della tv, perché la sensazione che pian piano si diffonde è quella di trovarci al cospetto di un’opera che oltre ad una mera porzione cronachistica sa lavorare sottilmente anche più in profondità attraverso un montaggio che in taluni frangenti si fa sconnesso e quasi indipendente da ciò che la voce over afferma. Curtis pescando dallo sterminato archivio della BBC costruisce un flusso visivo che probabilmente suggestiona molto di più delle parole illustrative, nell’accostare scene sì pertinenti al tema ma lontane tra loro (anche temporalmente visto che rimbalziamo spesso da un periodo all’altro) si rafforza un senso di visione che sottende un’autorialità da non disdegnare, certo non c’è Cinema qui, ma l’oscillare tra immagini brutali come quelle dell’attentato in presa ultra-diretta a Karzai (credo fosse lui in macchina, non è spiegato), ad altre di repertorio che riguardano sia eventi del passato (la costruzione di alcune dighe da parte di ingegneri americani) che le più recenti attività militari (ad un certo punto sentiamo [ma non vediamo] alcuni soldati statunitensi esaltarsi per le loro gesta belliche), sfaccettano un film che ben si incunea nella sporcizia della guerra preceduta da una cosa ancora più sporca e subdola come la politica internazionale. Quanto detto è reso in maniera “interessante”, si evince nonostante la frammentarietà costituente una discreta solidità di base, e fra le varie istantanee una che rimane in mente è la lezione di arte moderna ad un gruppo di giovani afghane, il loro sguardo incredulo nel vedere l’orinatoio duchampiano su una diapositiva è indubbiamente più attonito rispetto a quello rivolto alle truppe portatrici di democrazia (?), per smuovere le coscienze sono sempre meglio le arti che le armi, peccato che gli esseri umani non l’abbiano mai capito…

lunedì 9 ottobre 2017

Oh Willy...

Comunque, è molto bello avere l’opportunità di ammirare l’estro creativo di persone come Emma De Swaef e Marc James Roels, se pensiamo a quello che i due giovani registi belgi hanno fatto per Oh Willy… (2012) un piccolo moto di ammirazione si erge nei loro confronti, d’altronde è sempre onere di certosina attenzione l’impiego del passo uno nel campo dell’animazione, in più De Swaef e Roels (ma il merito in questo campo è della donna che già si era adoperata in questa tecnica con Zachte Planten [2008] e che fin da piccola ha imparato a lavorare la lana) costruiscono un set usando esclusivamente del feltro o materiali equipollenti, quindi è evidente che dietro il quarto d’ora del corto c’è un laborioso processo inventivo che né uno sguardo seppur attento e men che meno una manciata di righe d’apprezzamento potranno rendergli giustizia. Ad ogni modo la scelta dell’ingrediente che plasma il mondo del protagonista è vincente perché riesce a trasmettere un’accoglienza e un delicato senso di sana artigianilità che convincono, così come a convincere è il character design del paffuto protagonista e degli altri esseri umani (e non) che popolano la scena, inutile dire che da quei bottoncini che corrisponderebbero ai suoi occhi delle frequenze di tenerezza si propagano oltre lo schermo.

Se scartabelliamo l’archivio della memoria in cerca di un lavoro paragonabile ad Oh Willy… potremmo portare ad esempio Madame Tutli-Putli (2007) data la condivisione di una similare tecnica realizzativa (anche se, a onor del vero, il lavoro di Lavis & Szczerbowski aveva inserti di computer grafica) e di un raffrontabile apparato climatico, però il corto belga è diverso, perché è vero che possiede una dolcezza di fondo insindacabile ma è altrettanto vero che si prende la licenza di andare fuori strada per tangere, neanche ci fosse il grande Roald Dahl dietro, una dimensione weird che inizia già durante la premessa (la comunità nudista) e che prosegue con altri segnali non-allineati alla legge del “corto animato” o in generale alle leggi di una narrazione accomodante, se si pensa che tutto parte da un blitz notturno nel bosco per espellere i propri bisogni si comprende la portata stramba dell’opera (e della luciferina carcassa in putrefazione cosa vogliamo dire?), al punto che tale traiettoria assume un’impennata con l’assurda entrata in scena del bigfoot. Ma è proprio in situazioni del genere, così sbilanciate e un po’ ballerine, che gli autori possono essere definiti bravi, ovvero quando aldilà di qualsivoglia eccentricità permane a fine visione la pienezza di un senso che qui trova meta ultima e sostanziale nella ricerca materna, nel riallacciamento del cordone ombelicale, ad un ritornare nel grembo, nella pancia della mamma per fuggire dalla realtà: abbandonare la vuota casa ereditata e trasferirsi in un luogo mentale come la grotta dei ricordi (l’ombrellone…) dove poter essere, forse, felici.

lunedì 25 settembre 2017

La grande V

Meine liebe,
io sono qui in mia stanza, solo, con luce sul comodino che ti penzo ja. Oggi è stato bellisimo e avrei voluto che non finisse ja. Quando ti vedo sul cuscino i tuoi capelli ja, i tuo ochi blu ja, sembri il sonne, il sol come chiami tu. Tu sei il mio sole ja, ah come vorei averti tutta per me invece ora sarai con un cliente ja, ma io ti portero via da qua, andremo insieme a Berlin ja, tu sarai la mia regina! Nesuno ti tocherà più, vivremo felicci in mia casa ja, ho una casa bella e grande, e tu non devi fare niente lì, penso io a tutto ja, tu cucina e io lavoro, e poi cocolle, tante, e poi andiamo al cinema, mangiamo vicino ad Alexanderplatz, so viel liebe zwischen uns!, non vedo la ora di farti conosere i miei amici ja, e poi prendiamo un cane perchè ho giardino io e di domenica andiamo a Tempelhof a fare pic-nik ja, taaante cose faremo amore, mi amor pequeno - spero scrivere bene :) -, e sarà per sempre, ich und du 4ever ja. Adesso io dormire ma spero di soniarti, uno bello sonio in cui siamo felici insieme ja, che bello domani ti vedo e sarai tuta per me. Ich liebe dich so sehr!!!!
Tuo,
Frantz

VERBALE DI RICEZIONE DENUNCIA PRESENTATA PER ISCRITTO DALLA SIGNORA GUADALUPE ACEVEDO DIAZ

L’anno 2017 il giorno 25 del mese di settembre, alle ore 10:00, negli Uffici del Commissariato di Prè (GE), il sottoscritto ufficiale A.D., sovrintendente della Polizia di Stato in servizio presso il suddetto Ufficio, dà atto che alle ore 09:30 odierne è comparsa la sig.ra Guadalupe Acevedo Diaz nata a Santo Domingo il [omissis], professione [omissis], la quale consegna, confermandone il contenuto in ogni sua parte, la denuncia che segue:

Oggetto: denuncia per sparizione di persona con possibile implicazione di sequestro ad opera di ignoti di Lupita Acevedo Espinal (traduzione a cura dell’azienda L.T. Srl)

In data 11/09/17 mi sono recata in Italia poiché da circa un mese non avevo più notizie della mia giovane nipote Lupita, di professione prostituta. A seguito di svariate ricerche riguardanti alcune persone che negli ultimi tempi avevano avuto contatti con lei, sono riuscita a risalire al nome di un individuo le cui generalità rimangono sconosciute ad esclusione del nome, Frantz, e della nazionalità, tedesca. “Il tedesco”, questo l’appellativo utilizzato da coloro con cui ho parlato, pare abbia circuito la ragazza che essendo molto ingenua ha accettato le sue avances, ed è possibile inoltre che i due si trovino ora all’estero, precisamente a Berlino. Sono una povera e anziana donna straniera che chiede aiuto alla Polizia italiana per ritrovare la sua piccola bambina.

Firmato

X

IL PRIMO SOGNO

Lupita crepita. In un campo di granoturco notturno una fiamma umana incendia il placido ondeggiare delle spighe, da sotto le lingue infuocate il viso inizia a deformarsi, si scioglie, cola giù sul corpo-torcia, il grasso dell’epidermide scoppietta nella pira, la pelle è già carbonizzata, è brace, è fossile. Lupita brucia, per ore, fino all’alba, diventa uno spaventapasseri abbrustolito, di quella bellezza, dei diamanti blu ai lati del naso, non resta che un manichino tostato a mille gradi, si trasforma in uno di quegli umani rimasti sepolti per secoli in qualche ambiente bio-conservante, una mummia che, osservata da vicino, ha gli stessi intarsi rugosi, i medesimi capelli radi ed un’eguale cute sottilissima, pellicola labile prossima al dissolvimento, di Guadalupe.

RECENSIONE POSTATA DA VINCENT_71 SUL SITO ESCORT 4 YOU

NOME: Lupita
NAZIONALITÀ: dominicana
LOCATION: Via della scoperta dell’America
ETÀ: dice 20, forse qualcuno in più
SERVIZI OFFERTI: BBJ, RAI1, DATY, FK, CIM
RATE: VU per una quarantina di minuti abbondanti
DESCRIZIONE FISICA: altezza sull’1,65, gambe esili, fondoschiena di travertino bello sporgente in stile latin, pancia così piatta che se ci metti una livella sopra la bolla cade esattamente al centro, seno una terza abbondante sodo come due sacchetti di farina, viso da teen con due labbra carnose, pelle vellutata da sembrare seta purissima e, udite udite, occhi blu (no lenti a contatto!) da innamoramento immediato.

Carissimi colleghi, nonostante mi fossi ripromesso di abbandonare il mondo del punteraggio, a causa di spiacevoli eventi personali e per via di una voglia mai realmente sopita di pay noto su famoso sito di incontri l’annuncio di una girl che almeno dalle foto risultava una novità. La lunga esperienza nel campo mi ha insegnato che il rischio di trovare un Kim Jong-un pronto a missilarti per bene quando ti appropinqui a testare una new entry è sempre molto alto, però che volete farci, come dicevano i saggi è un duro mestiere e qualcuno deve pur farlo. La chiamo, la voce spagnoleggiante è un incanto: ci mette un secondo a convincermi. Così dopo il solito rito della doccia (sono un gentleman, che volete farci) dove controllo che il Dirigibile sia in ordine e di un bicchiere per allentare i freni inibitori (sono anche un tipo timido!), mi incammino verso la meta designata. Quando sono sotto il portone la chiamo e, sorpresa, mi dice subito di salire al terzo piano (punto a suo favore: zero attese!). La porta è socchiusa e quando entro... ragazzi: una visione, è nuda, indossa solo dei tacchi, e mi accoglie con un sorriso che avrebbe sciolto anche un iceberg, voi sapete bene che in quanto a gradi militari, senza volermela tirare, non ho niente da invidiare a nessuno qua dentro, però porca troia, questa tipa aveva qualcosa dentro che non mi era mai capitato prima, infatti quanto segue è, ’sta volta lo dico quasi sul serio, la descrizione di un incontro onirico, il più bello di sempre: lei mi viene incontro e subito si avvinghia come se fossi il maritino tornato dal lavoro, vengo investito da un profumo ammaliante, una roba da orgasmo sensoriale, parte un FK profondissimo e senza neanche accorgermene mi ritrovo in bagno privo di pantaloni con lei che mi lava il Dirigibile, pronti via siamo sul letto ed ecco che parte con un BBJ galattico, lento, salivato, con quegli occhi puntati dentro ai miei, come se un laser era lì a penetrarmi l’anima, la stoppo per evitare una precoce capitolazione e procedo all’incappucciamento non prima di aver assaggiato il suo succoso frutto che gusto come un sorbetto alla pesca, dopodiché diamo il via alle danze: Lupita è semplicemente un vulcano, la prendo mi prende la giro mi rigiro la agguanto mi sfugge la riprendo mi sfugge ancora, non ci stacchiamo neanche un attimo, sento del magma, della lava tra le sue gambe, cerco di pensare con tutto me stesso a qualunque altra cosa che non sia io medesimo in quella situazione ma è una tecnica che non ha mai funzionato, allora, nel momento in cui sto per venire, lei incredibilmente si scansa e con grande rapidità toglie il gommino per ricevere in bocca il fluido del Dirigibile, poi, una volta ingoiato, si accascia su di me e restiamo in silenzio qualche minuto. Non ho avuto il coraggio di dire “a”, solo dopo ho preso le mie cose e ho lasciato l’obolo sulla cassettiera mentre lei mi guardava da dietro le coperte che si era portata fin sopra il seno, prima di andarmene ho dato ancora uno sguardo alla stanza e, non pensatemi pazzo, per un attimo è stato come se Lupita era circondata da un chiarore, una specie di aura o non so che cazzo fosse, fatto sta che incamminandomi verso il corridoio ho iniziato a piangere, non chiedetemi perché, non saprei rispondere, mi sono come sentito vicino ad una cosa molto ma molto più grande di me, poi, una volta chiusa la porta di casa sono trasalito: sul pianerottolo è comparso un uomo imponente, sarà stato due metri dio santo, indossava una camicia con il colletto alla coreana allacciato fino in cima, era pelato e gli occhi non avevano la sclera bianca, erano tutti neri!, e mi fissava immobile con i pugni piantati sulle anche e le gambe divaricate, assalito dal terrore sono scappato giù per le scale e ho iniziato a correre fino alla mia abitazione tentando di sfuggire ad un mistero che non conoscevo ma che mi spaventava a morte. Che dire, non so cosa sia successo esattamente quel pomeriggio, ma da allora non passa secondo in cui io non pensi a Lupita...

UN RICORDO RECENTE

Una volta mi sono affacciata alla finestra per vedere un mio cliente andare via ed improvvisamente ha iniziato a svanire, prima i piedi, poi le gambe, infine il busto le braccia e la testa, è stato come quando un’aspirina si dissolve in un bicchiere d’acqua e tu senti il rumore che fa nel silenzio della cucina.

VISITA ALLA STANZA DI LUPITA

Il suono del campanello fece sobbalzare Guadalupe, era come una scossa, un urto sonoro, non ce ne erano così a Santo Domingo, aldilà della porta avvertì dei passi incalzinati, rapidi ma leggeri, un rumore di meccanismi che si allentano accompagnò il cigolio del battente in legno, una ragazzina pallida con gli occhi a mezz’asta e la spallina sinistra scivolata sullo scarno bicipite la guardava con totale noncuranza, la donna si era preparata tre parole di italiano: “sono la nonna di Lupita”, ma la smunta biondina non sembrò nemmeno troppo sorpresa, con un gesto della mano le fece segno di entrare e subito Guadalupe notò un disordine esponenziale: scatole, vestiti, scarpe, borsette, trucchi, reggiseni, ogni indumento sembrava usato la sera e gettato lì al mattino, c’era un odore strano, dolciastro, nauseante, ed anche la casa era strana: più la vecchina camminava e più il soffitto sembrava alzarsi, svelava travi, volte nascoste, arcate, corridoi che si intersecavano e giravano ad angolo retto verso chissà dove, la ragazzetta continuava a fare strada grattandosi ogni tanto la nuca platinata, le scarpe ortopediche di Guadalupe, nonostante la suola in gomma, riecheggiavano come nella più imponente delle cattedrali, anche la luce si stava progressivamente abbassando, fu allora necessario per lei appoggiare il palmo della mano sulla parete che si faceva umida, l’anziana donna tastò, in quello che ormai era un buio profondo, una superficie viscida, muschiosa, la stessa delle rocce fluviali sul fondo dei rii amazzonici, e non sembrava ci fosse fine a quello che era diventato un vagabondare infinito quando finalmente la tizia annoiata si bloccò, fece tintinnare quello che forse era un mazzo di chiavi, e un secondo dopo un’onda di luce investì le due: “qui è dove stava Lupita”; chiusa la porta alle spalle Guadalupe, malata di cataratta, iniziò a muoversi a tastoni in un accecante nitore, capì però presto che gli occhi non le servivano in quel posto perché sarebbe stato il cuore a guidarla e percependo i contorni sfarfallanti degli oggetti nella stanza (il letto? L’armadio? Una scatola di preservativi?) fu attirata dal cassetto del comodino che tremava sotto i colpi di una tempesta stellare, tutto era bianco, appena appena bordato in punta di matita, ma il cassetto no, era concreto, tangibile e sussultava imbizzarrito, allora Guadalupe tirò il pomello a sé ed un interruttore divino fece cessare la luce abbacinante, il fondo del cassetto conteneva una lettera scritta a mano che iniziava così: Meine liebe...

IL SECONDO SOGNO

Una strada urbana immersa nella notte, Guadalupe ha davanti a sé un lampione che si illumina ad intermittenza, sotto il cono giallastro vede prima se stessa incinta, la pancia sferica solcata dalla linea nigra, - buio -, giallo: lei da bambina con addosso quei quattro stracci che ha tenuto addosso fino al giorno in cui è andata via dal villaggio, - buio -, giallo: e infine Lupita, nuda, rannicchiata, un feto cresciuto, che singhiozza disperata. La nonna fa due passetti, vorrebbe stringerla a sé ma il lampione si spegne ed anche sua nipote scompare, rimangono solo due punti luminescenti in corrispondenza degli occhi, Guadalupe li afferra per ritrovarsi in mano due piccole lucciole dall’addome pulsante.

UNA TESTIMONIANZA

“Frantz? Frantz il tedesco? Signora... guardi... mi capisce quando parlo? Ecco bene, no, dicevo, sì insomma io glielo dico proprio come se fosse una mia parente: lasci perdere, cioè non si metta a cercare da sola sua nipote, chieda aiuto alla polizia, al consolato dominicano, non so non sono molto esperta eh eh, ma vede, quel tizio, quell’uomo mi ha sempre fatto paura, lo si vedeva in giro ogni tanto, spuntava dal nulla e spariva nel nulla, giravi l’angolo e bum! Te lo trovavi davanti, alto, gli zigomi pronunciati, lo sguardo strano, magnetico e allo stesso tempo... come dire, respingente, non so se intende... e comunque qui nessuno sa di cosa campava, dopo che rientrava da lunghi periodi di assenza appariva ancora più tetro di prima, un fantasma, però nero, mio figlio è convinto che non fosse nemmeno tedesco, forse serbo o bulgaro, e poi, ma questa la prenda come una confidenza, mi raccomando, sempre mio figlio ha sentito dire che quel tipo sia il proprietario del più grande postribolo di Berlino e che giri l’Europa cercando ragazze da portare via con sé, ma io non le ho detto nulla cara signora, le ripeto, al massimo, di fare attenzione, e ovviamente sono molto dispiaciuta per Lupita, me la ricordo sa? Quando è arrivata era proprio piccola, un amore di ragazza! Una volta mi ha aiutata a portare le borse della spesa, quando siamo arrivate al mio piano l’ho ringraziata e solo a quel punto ho incrociato i suoi occhi blu, ecco non so spiegarmi bene ma... è successo che... oh niente, lasci perdere, sono anch’io una vecchietta in cerca di pace, questa sera dirò una preghiera per lei e per la dolce Lupita. Ma senta, vuole salire a prendere un caffè da me?”

UN RICORDO LONTANO

Sono una bimba che gioca nell’aia fuori dalla casa, c’è una viuzza sterrata che mi divide dalla strada principale, la tv gracchiante lasciata accesa in soggiorno mi distrae dall’importantissima riunione tra bambole che sto organizzando in quel momento, allora entro in casa, supero il nonno che ronfa accartocciato sulla poltrona, spengo la tv ed esco nuovamente nel patio, oh no: le mie bambole sono tutte a pezzi nello spazio antistante l’entrata, una gambetta liscia e affusolata è nelle mani di un uomo altissimo ritto in controluce di cui non riesco a vedere il viso, al guinzaglio tiene un gatto gigantesco, un certosino dalle pupille gialle grande come un leone, l’uomo lascia andare la corda e l’animale inizia a muovere i suoi passi felpati verso di me, digrigna il muso e due denti acuminati brillano nella quiete dell’isola, sono così piccola, sono uno scricciolo con i codini!, la fifa mi fa chiudere gli occhi e sento il fiato nauseabondo della bestia a pochi centimetri da me, ma le mie palpebre sono degli oblò su un mare cristallino punteggiato da isolette e solcato dalle pinne dei delfini gentili, e poi non sento più il suolo sotto i piedi, lievito, ed anche l’alito del gatto sfuma e io continuo ad osservare il placido paradiso che si estende sotto le mie ciglia, e non ho più paura dell’uomo, del mostro, sono felice così, così: in braccio alla nonna che profuma di vaniglia.

IN UN LUOGO OSCURO

La prima cosa che vediamo è un rettangolo nero. Poi l’immagine si allarga e capiamo che quello spazio di tenebra è contenuto nell’orbita oculare di una persona, scorgiamo l’inizio del sopracciglio e l’inizio del naso, il quadro, per un attimo, resta quello, immobile, poi di colpo ci gettiamo a capofitto nella mandorla corvina, veniamo risucchiati dalla gelatina bruna del corpo vitreo, i suoni si fanno ovattati, lontani, una scintilla elettrica attende in fondo al cono rovesciato, proviamo a risalire ma ormai è troppo tardi, quando ci affacciamo sul nervo ottico inizia la caduta verticale: siamo dei tuffatori che si lanciano tra le fronde di una foresta tropicale, i rami nodosi ci sfregiano il viso ed il corpo, le foglie verdi, grandi come padelle, ci prendono a schiaffi, i boa arrotolati scattano per soffocarci tra le loro spire, le sanguisughe si incuneano nelle nostre ferite, le scimmie ci strappano lembi di carne dai polpacci, ma noi proseguiamo la nostra folle discesa nella selva intricata, è un crollo, totale, disumano, spaventoso, che si conclude su una pianura desolata non lontana da Kiev, è il 29 settembre 1941 e noi siamo lì: a Бабий Яр. Il suolo che annusiamo non ha particolari odori, ci sono qua e là ciuffi di erba verdina, l’aria autunnale immalinconisce, siamo tranquilli, non è mai successo niente da queste parti, ma: due scarpe di cuoio impolverate, un laccio sotto la suola, due calzini di lana spessa che coprono le gambe sottili infilate in un pantaloncino corto sorretto da un paio di bretelle sgualcite, è un bambino, avrà dieci anni, è l’ultimo della fila che si snoda fino alla fossa, suo padre lo tiene per mano e cerca di nascondere gli occhi gonfi di lacrime, il bambino chiede se di lì a poco prenderanno il treno per andare via (RATTRA-TRATRA), e l’uomo risponde di sì, che i rumori appena sentiti sono le ruote della locomotiva sui binari, poco oltre un vecchio è seduto su una sedia spuntata da chissà dove, i duri lineamenti slavi con gli anni si sono addolciti e le labbra, attirate da una misteriosa forza interna, sono sparite dentro la bocca, il mento è appoggiato sulle mani a loro volta posate sul manico del bastone, è sereno, calmo, consapevole che quella colonna di esseri umani si sta avvicinando, passo dopo passo, nel cuore del male, e che, una volta abbandonate queste spoglie terrestri, per tutti loro ci sarà la beatitudine dei martiri, ma è comunque una magra consolazione, vallo a spiegare a (RATTRA-TRATRA) Mariya, ai ventidue anni che ha e al feto che, a sua insaputa, le si sta sviluppando nel grembo e che non conoscerà mai il mondo, o a Roman che pensa a quando ritornerà a casa senza sapere che brucerà in quell’anonima vallata insieme ad altri che pensavano la stessa cosa, e noi li vediamo tutti, li percepiamo, è una rassegna lancinante in cui lievitano nuvole di dolore e rassegnazione, ogni volto, dal più giovane al più anziano, è una statua ad eterna memoria che resterà lì fino alla fine dei giorni, non ravvisiamo speranza alcuna, invece, nei robotici sguardi delle sentinelle che ai lati mantengono impassibili l’ordine dell’infinita riga di condannati, e quando arriviamo al punto in cui essi stessi obbligano (RATTRA-TRATRA) le persone a spogliarsi nude non vorremmo vedere nient’altro, basta, solo oblio e cecità, ma le montagne di vestiti che si creano indumento dopo indumento sono l’ultimo brandello di civiltà che ci obbliga a continuare la nostra via crucis per cercare di capire che cosa si nasconde nel nucleo di tutto, e proviamo pena e imbarazzo e fratellanza e umanità di fronte ai corpi sgraziati delle anziane donne che tentano di celarsi pudicamente le parti intime se non sono già state coperte dagli amorevoli abbracci dei rispettivi coniugi, i bimbi, che fino a quel momento pensavano di come tutto fosse un gioco, cominciano ad insospettirsi, che cosa ci fanno quegli adulti nudi? Che cosa sono quei batuffoli scuri tra le gambe delle donne? E quel pendolo avvizzito dei vecchi? Riposizioniamo lo sguardo sul terreno: piedi, piedi a contatto con la terra, decine, centinaia di piedi che si spostano piano, piedi pronti a spiccare il volo in una buca di cadaveri, ancora e (RATTRA-TRATRA) sempre piedi, solo piedi, fino ad un leggero declivio che segue il bordo di una collinetta, qui c’è solo un paio di piedi e uno di stivali, lucidi, con qualche schizzo di fango a sporcare il nero immacolato, non vorremmo alzare la testa, vorremmo fermare il corso degli eventi ma la scarica del fucile ci fredda il sangue e l’arrivo di altri piedi ci obbliga ad affrontare l’uomo in divisa, la sua imponenza, la stazza massiccia, il suo cranio pelato, perfetto, e di nuovo abbiamo un’immagine che si staglia netta: un rettangolo atro, una pupilla che ha invaso la sclera, un pozzo artesiano ovale che ci scaglia ancora nel vuoto, nell’orrore, nell’indicibile.

IL TERZO SOGNO

Guadalupe, giovane e bella come era un tempo, cammina al fianco di Lupita, gobba, sdentata e scheletrica come forse sarà un tempo, è buio, si trovano a Playa Grande ed il plancton nell’acqua caraibica emette una fosforescenza che fa confondere il mare con il cielo stellato. C’è una calma infinita che le due donne attraversano mano nella mano, si stringono, non si lasciano, indossano una camicia bianca baciata ogni tanto dalla brezza: nonnina mia, dice la vecchia Lupita, sono molto lontano da qui, lo so, risponde la splendida Guadalupe, ma giuro che ti troverò, ovunque tu sia. Sulla battigia le orme di Lupita svaniscono e contemporaneamente il plancton e le stelle si spengono lasciando la nonna sul freddo arenile. Intorno a lei cala la notte dei morti.

V

Nel piazzale i motori dei taxi giravano al minimo in attesa dell’uscita dei clienti mentre altri taxi ne portavano continuamente di nuovi creando una catena mossa non tanto dalla benzina quanto dai feromoni maschili, Guadalupe, la vecchietta che aveva attraversato l’Atlantico, girovagato nei meandri italici e indagato come una detective in cerca di una pista che la mettesse sulle tracce di sua nipote, adesso era giunta in una zona industriale di Berlino ovest, scesa dalla U-Bahn aveva fatto qualche passo lungo una superstrada illuminata ogni venti metri dai lampioni adunchi, le macchine che sfrecciavano sull’asfalto erano flash di cui rimaneva soltanto lo spostamento d’aria procurato, Guadalupe non aveva la minima intenzione di fermarsi ora che era vicina al traguardo, una meta, una stella cometa che non lontano da lei sfrigolava grazie a luci al neon rosa indicanti la via: VENUS, nel cielo berlinese, l’unico astro che poteva muovere centinaia di satelliti era quella scritta che la donna, adesso, guardava dal basso verso l’alto mentre vicino a lei uomini di ogni età entravano (carichi e virili) e uscivano (ebbri ed estasiati), ai lati dell’entrata erano state poste due statue dozzinali che riproducevano la Venere botticcelliana ma al posto della conchiglia i piedi della duplice dea poggiavano su un ben più prosaico cubo di plastica. Si fece coraggio con le uniche quattro parole di inglese che si era preparata: i am looking for Mr. Frantz, la voce tremula, la borsetta di pelle tenuta con dignità sullo stomaco, a difesa di se stessa, uno scudo per proteggersi nella valle pruriginosa in cui stava per penetrare; la donna dietro la reception non batté ciglio e, compresa l’insormontabile barriera linguistica, indicò alla nonna con la punta della penna il terzo piano di una piantina alle sue spalle: here you can find Mr. Frantz, ma Guadalupe, ovviamente, non capì e subito fu distratta da una giovane ragazza completamente nuda che le passò davanti per poi infilarsi in una porta con scritto “verboten”, third floor ripeté la cassiera muovendo pollice, indice e medio ad un palmo da Guadulupe che fece un sospiro e si mosse in direzione della porta che dava accesso al locale. Lo spazio era ampio e presentava un miscuglio di stili, capitelli romani usati a mo’ di sedie avevano come sfondo tendoni dal sapore orientale raffiguranti tigri e samurai, tutto il perimetro era occupato da pomposi divanetti rococo su cui una quantità indefinibile di femmine e di maschi si abbandonava ad una intimità normata dal denaro, le prime si vendevano voluttuose, i secondi percorrevano con gli occhi la spina dorsale delle loro amanti ad ore come fosse una cremagliera che portava sul cucuzzolo di un monte sacro, non era solo un bordello, era il fulcro di un universo in costante implosione spermatica, lì dentro gli uomini erano uno uguale all’altro, la divisa d’ordinanza era un accappatoio bordeaux che copriva le loro pudenda in fibrillazione, il bavero della vestaglia spugnosa si apriva sul petto come una V, una grande V: l’imbuto che veicola, la punta che mira, la freccia che caccia, ma anche un varco aperto su riccioli di peli neri o sulla ricrescita tra i pettorali, o ancora uno sterno sporgente, il ghirigoro di un tatuaggio, una lunga cicatrice fino all’ombelico, un esercito di uomini vagava in un luogo amorfo dove i corpi nudi femminili erano il Filo d’Arianna che li prendeva al guinzaglio. Nessuno si accorse di Guadalupe che continuava a stringere a sé la borsetta, e indecisa su come procedere in mezzo a quella tonnara di pelle profumata e aliti alcolici decise di fare ciò che aveva fatto non molto tempo prima nella casa di Lupita: chiuse gli occhi, e un vento solare inondò il postribolo, ora il bianco imperava ed ogni puttana, ogni consumatore erano scivolati dall’altra parte, solo due brillii svolazzavano di fronte all’anziana, due lucciole che a malapena si potevano scorgere nella realtà eburnea la guidavano sul sentiero della verità, e mentre oltre la membrana lattescente coppie di sconosciuti copulavano in camere dal discutibile arredamento, lei saliva i gradini che la separavano dal tedesco, ma giunta alla terza rampa le lucciole svanirono in un filo di fumo, allora fu costretta ad aprire gli occhi ed ogni cosa virò in nero: la targa dorata vicino allo stipite della porta diceva AMAZON PRIVE, varcata la soglia Guadalupe lasciò cadere a terra la borsa, la stanza ottagonale era costituita da pareti riflettenti che doppiavano la sua immagine all’infinito e finalmente, con la gioia nel cuore, rivide in quei riflessi la sua adorata Lupita, decine, centinaia di Lupite la circondavano, poi, da un tassello privo di specchio, da un rettangolo di buio dal quale proveniva lo scrosciare di una cascata, il grido di una scimmia, il frullare delle ali di un pappagallo e tutto il concerto delle foreste che trasudano acqua come se fossero lacrime, si udì una voce che era la voce delle voci, un abisso vertiginoso che ammutolì Berlino, l’Europa, la Terra, il Sistema Solare e i miliardi di pianeti che vorticano nelle sconfinate galassie sopra le nostre teste: komm hier meine Lupita, meine liebe.

UN RICORDO FUTURO (E IMPOSSIBILE)