mercoledì 20 gennaio 2016

Anna

Dall’Islanda una piccola storia di solitudine/i; prima di sbadigliare ed abbandonare la lettura sappiate almeno che la regista Helena Stefánsdóttir in questo Anna (2007) batte strade che sono, o almeno ci provano, alternative: prendiamo la manciata di minuti iniziale: c’è un’atmosfera strana nella cameretta di Anna, il suo risveglio si aggira tra un’Amélie sclerata e un Gilliam all’acqua di rose, poi la vediamo accendere svariati carillon disseminati per la stanza, la melodia che ne consegue non è per nulla armoniosa e indica un andamento fuori (dal) tempo che si dimostrerà sintomo, quasi patologico, della Nostra. Prova ne sono le chiavi appese ai muri (ma quante porte dovrebbero esserci?) e la “colazione invisibile” da bambina che gioca con le bambole. Insomma, Anna non sembra avere il reparto rotelle come effettivamente dovrebbe essere, e la Stefansdottir si prodiga nel ricordarcelo attraverso inquadrature sghembe che ritraggono la protagonista di rosso vestita in comportamenti alquanto bizzarri. Su questo punto permane il dubbio se le imitazioni di Anna dei passanti che incontra per la strada (un bacio schioccato con la mano, uno starnuto, un pianto isterico: tutto ripetuto in sequenza fino all’acme della follia) siano aride sciocchezzuole messe lì per disorientare oppure rappresentino aperture al possibile, del tipo che Anna, così sola e desiderosa di avere una persona al suo fianco (la sua mano che sfiora la porta di Adam), sia talmente sensibile alla vicinanza umana che senza volerlo ne imita automaticamente i gesti, il che rappresenta al contempo una condanna che la spinge all’isolamento per evitare di apparire in pubblico una schizzata da internare.

Supposizioni. Il cui scioglimento non è importante, almeno non per chi scrive, in quanto è più interessante notare di come a monte Anna sia in grado di generare delle ipotesi sulla propria natura, un’indeterminatezza che fa bene, che cancella la didascalia ripresa invece nel finale non brillantassimo: l’immagine frontale dei due vicini di casa in equilibrio sul cornicione è propria volta a spiegare la condizione di Anna e Adam, una facilitazione per apprendere informazioni già recepite: che la ragazza fosse sul ciglio del dirupo era evidente, il riepilogo conclusivo ci sta senza entusiasmare, la risata che li salverà anche.

Piesse: alcune sinossi in Rete affermano che la donna sia affetta dalla sindrome di Tourette, ma nel film non viene fatto alcun riferimento esplicito a questo disordine neurologico.

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